L’Italia non è un Paese per vecchi, è un Paese per morti

di Dario Famà

Finalmente ci siamo. Dopo un’attesa lunga quattro anni, il tanto agognato parto è avvenuto: è nato il primo governo politico della XIX Legislatura. É stato più lungo del previsto, ma per la prima volta alla porta di Palazzo Chigi è appeso un fiocco rosa. Si tratta di un momento storico per il nostro Paese, un unicum nella storia della Repubblica italiana, un evento tanto storico quanto profondamente deludente. Ora l’Italia ha l’ennesima storia dell’enfant prodige da regalare a una stampa assetata di pettegolezzi e chiacchere da salotto, anche se persiste un piccolo problema. La nascita dell’istituzionale e pseudo rassicurante donna (madre, italiana e soprattutto cristiana) Meloni è un palliativo, una mera bandierina da poter sventolare per abbindolare la vuota retorica del self made (wo)man. La verità è che il reparto d’ostetricia non ha mai avuto così poco lavoro, mentre ad essere oberati sono i colleghi di geriatria. Se un giorno McCarthy decidesse di scrivere un sequel del suo famoso romanzo “Non è un paese per vecchi”, io gli proporrei il seguente titolo: “L’Italia non è un Paese per vecchi, è un paese per morti”. Diciamo che si tratterebbe più di uno spin off, dal momento che, soprattutto per colpa delle precedenti decisioni governative in politica estera, della nostra nazione non interessa a nessuno.  

“La famiglia è un elemento fondante della società e ciò che rende una Nazione veramente sovrana e spiritualmente forte”. Il Neopresidente del Consiglio Giorgia Meloni ha usato le parole pronunciate dal defunto papa Giovanni Paolo II per consegnarci la sua idea, molto nuova e originale della destra italiana, di ciò che dovrebbe essere l’istituzione familiare nel XIX secolo. Con un incredibile e insperato colpo di genio, il premier italiano ha voluto dare un segnale forte alla politica del nostro Paese: l’aggiunta del termine “natalità” nella dicitura del Ministero della famiglia e delle pari opportunità rappresenta una volontà di predisporre un piano per aumentare le nascite. Ora, si può sicuramente sottolineare le buone intenzioni della nuova maggioranza nel voler risolvere l’annoso problema della decrescita demografica, ma ci sono grosse, anzi enormi perplessità sulle papabili ricette da introdurre. Prima di prendere i pop corn e mettervi comodi sul divano, mi accingo umilmente ad indossare la camicia da medico per raccontarvi lo stato di salute della nostra Italia. 

Per entrare nel cuore del problema, mi affiderò ai dati ISTAT, dal momento che l’istituto nazionale di statistica fornisce i dati più attendibili con cui misurare l’andamento del Paese. Il 2013 è stato l’anno spartiacque per la tendenza demografica italiana, infatti dal 1861, anno della nascita della Repubblica, al 2013 la popolazione è aumentata. Nonostante ciò, la tendenza s’è invertita sempre più, tanto che da 9 anni a questa parte c’è stata un calo demografico di 1 milione e mezzo di italiani. Il divario tra defunti e nati si fa sempre più negativo, tanto che nel 2070 si prevede una diminuzione di persone da 59 a 48 milioni di unità. Questi dati, ci tengo a sottolineare, prendono in considerazione una stima dell’arrivo di migranti in quell’arco temporale. Questo scenario implicherebbe non solo una crisi demografica, ma anche una sempre più gravosa e dispendiosa spesa per pagare le pensioni e per inserire i meno numerosi giovani nel mondo del lavoro. In questo panorama inquietante, si fa ancora più pressante la necessità di elaborare delle risposte efficaci dovrebbe essere una delle priorità impellenti del governo, eppure non è così semplice come sembra.  

Di fronte a questa catastrofe demografica, sono state elaborate delle ipotetiche strategie per incrementare le nascite. Le due illuminate e mostruosamente brillanti idee dell’esecutivo Meloni si possono riassumere in due proposte principali. La prima di queste si trova addirittura nel programma elettorale del partito di estrema destra Fratelli (e sorelle) d’Italia e consiste in un sistema di tassazione progressivo a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare. La seconda idea, elaborata dalle lucide e anacronistiche menti dei dirigenti leghisti, comprende un bonus di 20.000 euro destinato a tutte le coppie che decideranno di sposarsi in Chiesa. Ora, chi vuole ricordare al governo che viviamo in uno Stato laico? Utilizzare il credo religioso per fare incetta di voti è un vecchio stratagemma della politica italiana da sempre caratterizzata da opportunismo e trasformismo politico. Non solo si trattano di soluzioni puramente elettorali, ma anche di disegni di legge offensivi per la stessa famiglia di cui la goffa e ipocrita destra italiana si erge a difensore.  

Procediamo per ordine: la prima soluzione potrebbe certamente incentivare le nascite, ma a che prezzo? Il problema, in questo caso, è che verrebbe fissato il prezzo per un figlio, facendo passare il messaggio che costruire una famiglia sia solo un costo economico e non anche un dispendio di energie, tempo e soprattutto una questione di ambizione genitoriale e di carriera. Insomma, lo Stato sottovaluta la volontà dei cittadini nel progettare le proprie vite. Il secondo stratagemma è frutto di un delirio totale del Ministro di TikTok Matteo Salvini, tanto che anche lo stesso Ministro dell’Interno Crosetto ha bollato come “sciocchezza” questa proposta. La mancetta del governo per ingraziarsi gli elettori cristiani è tanto bislacca quanto medievale (con tutto il rispetto per un periodo storico di cui ancora sappiamo poco e nulla). Se è vero che in Italia i matrimoni sono in calo, perché favorire solo quelli eseguiti con le funzioni religiose? Come mai i matrimoni in comune non fanno testo? Per fortuna almeno quest’opzione è stata abbandonata e rinnegata dallo stesso Presidente del Consiglio, tanto da evidenziare evidenti tensioni nella maggioranza di governo. 

A parte queste due inadeguate iniziative, la questione natalità nel nostro Paese è molto più complessa di come sembra. C’è un dato in particolare che l’ISTAT mette in evidenza, cioè il tasso di fecondità della donna: esso consiste nel numero medio di figli che una donna fa tra i 14 e i 50 anni d’età. Da sessant’anni, il dato è in forte calo: si passa dai 2,4 figli per donna registrati nel 1960 all’ 1,25. L’obiettivo delle riforme dovrebbe, dunque, indirizzarsi ad aumentare questa cifra. In questo senso, lo scenario non solo è negativo, ma è addirittura catastrofico, tanto che l’intervento del governo potrebbe non bastare per invertire la tendenza demografica. A tal proposito, l’istituto nazionale di statistica ha previsto tre scenari principali in caso di stagnazione o aumento del tasso: 

  1. Tasso di fecondità all’1,24 (attuale) –> dai 400.000 nati nel 2021 ai 250.000 nel 2070 
  1. Tasso di fecondità aumentato all’1,5 –> dai 400.000 nati nel 2021 ai 350.000 nel 2070 
  1. Tasso di fecondità aumentato all’1,9 (molto improbabile) –> dai 400.000 nati nel 2021 ai 500.000 nel 2070 

La tendenza è difficile da invertire, dal momento che le mamme feconde passeranno dai 12 milioni attuali agli 8 milioni previsti per il 2037. Insomma, in men di cinquant’anni spariranno 4 milioni di mamme. Nonostante il problema sia grave e di scottante attualità, le conseguenze non si fermerebbero qui, ma toccherebbero anche altri aspetti:  

  1. La sparizione 15 milioni di lavoratori entro il 2070, che passerebbero dagli attuali 36 a 21 milioni di individui 
  1. L’aumento di 1,2 milioni di ultranovantenni entro il 2070, con un drastico e doveroso aumento della spesa pensionistica (già tra le più alte in Europa) 

In questo senso, una politica di riforme serie e decise nell’affrontare questa annosa spina nel fianco non solo può aiutare ad invertire la tendenza delle nascite, ma soprattutto a dare una risposta a tutti quei problemi interconnessi, che stanno dilatando in maniera spropositata la spesa pubblica dello Stato. La retorica spesso messa in piedi da politici, mezzi di comunicazione, gruppi imprenditoriali è che: “i giovani sono il futuro”. No, i giovani non sono il futuro: i giovani sono e devono essere il presente dell’Italia.

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