Speciale Olimpiadi Tokyo 2020 – L’Italbasket accede ai Quarti di Finale

La squadra di Sacchetti conclude il suo girone olimpico con una vittoria sulla Nigeria per 80-71

di Domenico Barbato

L’Italbasket accede agli Ottavi di Finale dopo una lunghissima battaglia con la Nigeria. La squadra allenata da Mike Brown, ex allenatore di Lebron James ai Cleveland Cavs, mette sotto l’Italia ad inizio terzo quarto e rischia di portare a casa la vittoria. Sono i piccoli particolari a indirizzare la partita verso Roma. Meo inizia la partita con il quintetto consolidato, scegliendo al posto di Mannion, Pajola.

Polonara finalmente  in ritmo gara

L’Italia parte bene con buone azioni dei suoi lunghi, Melli e Polonara che penetrando verso canestro, riescono a muovere la zona 3-2 nigeriana, preparata da Mike Brown per evitare all’Italia di segnare da oltre l’arco dei 6.25. Non serve, gli azzurri si mangiano il canestro. L’attacco italiano punge e si arriva a toccare il massimo vantaggio azzurro nel match 17-5. Mike Brown chiama diversi timeout ma è un fallo antisportivo di Melli a permettere ai nigeriani di entrare in partita. Tonut continua con i buoni primi tempi di questi Giochi Olimpici, segnando diversi canestri da sotto. Nwora, il miglior realizzatore nigeriano contro la Germania, autore di 33 punti, sembra fuori forma. Mike Brown allora tira fuori il jolly, Chimezie Metu.

Chimezie Metu, il jolly nigeriano

Il giocatore dei Sacramento Kings inizia a sparare da oltre l’arco, ricucendo il pesante parziale. Il primo quarto si chiude sul 27-19 per gli azzurri. Il secondo quarto i nigeriani però cambiano ritmo e si vede sin da subito. Jahlil Okafor rileva un Achiuwa poco in partita e le cose si fanno dure per gli azzurri. Il centro dei Detroit Pistons martella dentro l’area e viene accompagnato dal solito Metu che continua ad essere on fire da oltre l’arco. La Nigeria piazza un parziale da 10-0, mentre l’Italia fa un pesante 1/9 dal tiro. Meo Sacchetti chiama il timeout ma la sostanza non cambia. L’attacco azzurro non gira e si vede. Fontecchio segna il 34-30 ma è uno dei pochi lampi in fase offensiva del giocatore abruzzese. Senza Fontecchio ne risente tutta la squadra. La Nigeria continua a giocare da squadra e riesce a raggiungere il pareggio sul 34-34 grazie ad Nwora. L’Italia segna solo cinque punti in otto minuti e la Nigeria passa avanti.

Pippo Ricci, decisivo con le sue triple per tenere a galla l’Italia nel massimo momento di difficoltà

Entrano in campo Amedeo Tessitori Pippo Ricci. Il centro della Virtus riesce a contenere lo straripante Jahlil Okafor almeno parzialmente, riscattando l’opaca prestazione con la Germania. L’ex capitano della Virtus invece gioca una partita attenta, segnando una tripla di fondamentale importanza che porta l’Italia a concludere il primo tempo avanti di uno, 40-39. Nel terzo quarto l’Italia inizia forte e si porta sul 46-39 con un parziale di 6-0 firmato Achille Polonara. Il giocatore marchigiano gioca la sua migliore partita ai Giochi Olimpici ma non basta a contenere la reazione africana. Nwora e Okafor salgono in cattedra facendo vedere tutta la loro esplosività sotto canestro. Memorabile la schiacciata a due mani del primo a termine di un ottimo pick and roll con l’altro lungo Achiuwa.

Il pericolo Nwora limitato parzialmente dagli azzurri

La schiacciata segna il 55-54 nigeriano, un parziale che si allarga con la tripla di Nwora che porta i verdi sul +7. L’Italia come contro l’Australia si trova sotto nell’ultimo quarto. Meo decide allora di affidarsi a Pajola. Il playmaker, fattore nella partita con la Germania, lo è anche oggi. Con lui in campo la squadra è più aggressiva e si vede. Meo rimette in campo anche Pippo Ricci ed è proprio lui a dare il segnale della scossa azzurra, segnando una tripla fondamentale per il -3, coronando il parziale di 5-1 azzurro.

I tiri da sotto di capitan Melli decisivi nell’ultimo quarto

Pajola illumina con passaggi stile Teodosic sotto canestro per Melli che conclude in maniera impeccabile. Gli assist del Pajo sono l’antidoto alla scarsa vena offensiva di Fontecchio. Vitali, già importante contro l’Australia, riscatta un inizio disastroso di quarto, fallo tecnico su rimessa, con uno sfondamento difensivo. Polonara è decisamente dentro la partita e segna la tripla del +6 a tre minuti dalla fine.

L’importante apporto della panchina

Timeout Italia entra in campo Nico Mannion, finalmente in campo con Pajola. Il duo fa delle cose importanti ma è la giocata difensiva di Fontecchio a chiudere la partita, negando un canestro facile a Emegano. La Nigeria soffre l’infortunio di Okafor e si vede, ci sarebbe Udoh ma Brown non lo considera. Mannion decide il match con la tripla del 76-69. I tiri liberi di Pajola fissano il risultato finale sull’80-71. Italia ai Quarti contro una squadra che scopriremo solo nel sorteggio di domani, comunque vada il cammino fatto finora convince tutti. Ora tocca a noi sorprendere noi stessi!

Speciale Olimpiadi Tokyo 2020 – Schiacciati a rimbalzo!

L’Italbasket ci prova ma si arrende all’Australia 83-86 al fotofinish, decisivi i rimbalzi offensivi dei Boomers

di Domenico Barbato

L’Italbasket gioca un’incredibile partita punto a punto con i Boomers ma alla fine si deve inchinare a Mills e compagni. Meo sorprende tutti sin dall’inizio optando per Marco Spissu in quintetto, il play ex Sassari cerca di dare il suo contributo su entrambi i lati del campo ma ha un impatto nullo sulla partita. Spazio poco dopo quindi a Nico Mannion, oggi sicuramente in giornata (21 punti), che inizia a mettere triple di una importanza notevole.

Il devastante impatto di Nico Mannion sulla partita. 21 punti per lui

L’italoamericano viene supportato dal solito Fontecchio e da un Tonut superlativo. Fontecchio conferma la sua tecnica e chiude con pochi errori dal campo. Tonut penetra mettendo in difficoltà gli avversari.

Stefano Tonut, uno dei migliori nel primo quarto

Il primo quarto si conclude 25-25. Nel secondo l’Italia lotta e mette anche la testa avanti sul +6 ma Thybulle sembra in giornata, distribuisce assist ai lunghi Kay e Baynes che mettono a dura prova la resistenza italiana. L’Italia soffre l’assenza di un lungo vero in mezzo all’area.  I ragazzi lottano su ogni palla ma i rimbalzi sono tutti verdi. L’Australia distribuisce bene le sue giocate tra triple, contropiedi e easy layups. Meo fa ruotare tutta la panchina, facendo esordire anche Pippo Ricci, che si rivela utile con una tripla e un canestro che, dopo aver ballato pericolosamente sulla retina, entra. Il coach dell’Australia, visibilmente arrabbiato, fa ruotare gli effettivi cercando di trovare il quintetto giusto per concludere il quarto. Il primo tempo si conclude 46-45 per gli italiani che riescono a segnare molto da dentro l’area.

Joe Ingles, il vero mattatore dell’incontro

Nel secondo tempo l’Australia entra con una carica diversa e si vede. Joe Ingles diventa un vero e proprio grattacapo per la difesa italiana, Meo prova a difenderlo con Polonara. Scelta che non lo ripaga per il poco fisico dell’anconetano contro la stazza del giocatore degli Utah Jazz. Ingles riesce quasi sempre a smarcarsi dall’azzurro e segna canestri decisivi per il sorpasso australiano. Ricci prova a contenerlo e quasi ci riesce. Il risveglio di Joe fa entrare in partita anche il campione aborigeno Patty Miles. Il portabandiera australiano, limitato alla grande nel primo tempo, macina punti ed assist per i compagni.

Il gioco sporco di Matthew Della Vedova

Della Vedova inizia a giocare come meglio sa, utilizzando la furbizia, recuperando così degli importanti possessi per l’Australia. Baynes, centro dei Toronto Raptors, sfrutta ogni minima palla vagante e la converte in due punti nell’area. L’ultimo quarto inizia con l’Italia sotto di tre punti 65-62. Purtroppo però il quarto conferma la solidità australiana sotto i tabelloni offensivi, generando seconde opportunità che costringono la difesa azzurra agli straordinari, indebolendo la nostra resistenza. Da un libero sbagliato nasce il rimbalzo che regala  l’opportunità a Ingles per una comoda tripla che segna la sconfitta italiana. A nulla servono le giocate di un Michele Vitali sul pezzo sia in difesa che in attacco con azioni memorabili. La reazione italiana arriva troppo tardi solo per mano dei soliti Fontecchio e Mannion. Fontecchio conferma di essere on fire, 22 punti per lui, nonostante qualche possesso perso. Mannion segna dei canestri in sotto mano con tutta l’area aperta ma il passivo è troppo ampio.

Il portabandiera Patty Mills decisivo nell’ultimo quarto

Mills dalla lunetta sigilla la vittoria australiana. Una sconfitta che pesa quella azzurra contro l’avversario numero 1 del Ranking Fiba, sicuramente forte, ma alla nostra altezza. Rimangono parecchi rimpianti come il mancato utilizzo di Gallinari nei minuti finali e i mancati recuperi di Pajola, decisivi per la vittoria azzurra contro la Germania. Le seconde palle e i  16 i rimbalzi offensivi catturati dai lunghi australiani (5 per Baynes, 4 per Landale), ci condannano alla prima sconfitta nella competizione. Una battuta d’arresto che brucia ma che non compromette il cammino dell’Italia, chiamata comunque a vincere contro l’ultima Nigeria per giocarsi il secondo posto con la Germania. Sarà una gara dura e difficile contro una squadra fisica in grado di battere gli Stati Uniti in un match disputato a Las Vegas, prima dei Giochi Olimpici. Ma come dice il basket “Nulla è impossibile”, lo dimostra anche la vittoria francese contro Team USA in questi Giochi.

“Voce dal Mondo” Episodio 10 – Good morning Vietnam, domare il Covid per rilanciarsi globalmente

di Domenico Barbato

Il Vietnam è stato uno dei paesi che ha retto meglio alla prima ondata del Coronavirus grazie a test mirati e alla “propaganda” del governo socialista. Il paese ha infatti registrato solo 34 vittime e 3.400 contagi, garantendosi così anche un importante crescita economica. Nonostante gli elevati livelli di crescita del Pil, il paese continua però ad affrontare il grave problema del traffico di esseri umani, in costante aumento durante la pandemia. Il Vietnam, appena uscito dall’anno di presidenza ASEAN, guarda anche alle sue relazioni con le potenze vicine per non compromettere la sua escalation verso uno status futuro di “media potenza globale”. Ne parliamo con l’esperta di relazioni internazionali vietnamite Ilaria Zais.

Episodio 10 – “Good morning Vietnam, domare il Covid per rilanciarsi globalmente” di Domenico Barbato

Speciale Olimpiadi Tokyo 2020 – Buona la prima per l’Italbasket!

La Nazionale di Meo Sacchetti soffre ma si impone 92-82 sulla Germania

di Domenico Barbato

Diciassette anni dopo l’ultima partita, la famosa finale di Atene contro l’Argentina, persa 84-69 che è valsa a Pozzecco e compagni la medaglia di argento, l’Italia cestistica torna a partecipare ai Giochi Olimpici, una competizione quella olimpica, sognata e  conquistata finalmente ottenendo una storica vittoria nel Preolimpico di Belgrado contro i padroni di casa della Serbia. La gara andata in scena alle 6.40 ora italiana ha dato agli azzurri la prima gioia olimpica. L’Italbasket si è portata a casa la prima vittoria dopo una vera e propria battaglia con i cugini tedeschi. Inizio in sordina per i ragazzi di coach Meo Sacchetti che subiscono la tempesta di triple tedesche, con un Obst che sembra, per il suo baffetto, l’imbattibile Hitler durante il Terzo Reich. Le percentuali non tendono a calare, l’Italia si affida a Simone Fontecchio, impeccabile, chiuderà la partita con 20 punti, miglior realizzatore italiano dell’incontro. Le sue triple sono il primo segnale di ripresa azzurra nell’incontro.

Simone Fontecchio, decisivo per la vittoria azzurra

Lo Sturm und Drang tedesco viene diretto da un playmaker d’eccezione Maodo Lo, tiratore micidiale da oltre l’arco e si vede. Con lui i tedeschi toccano il massimo vantaggio a +10. Meo Sacchetti prova a scuotere la squadra, chiedendo una difesa più forte in area ma non serve, i tedeschi continuano a macinare punti da oltre l’arco. Serve un episodio che possa dare fiducia ai ragazzi. Lo trova Polonara stoppando in maniera incredibile, il mattatore dell’incontro Obst.

I recuperi di Pajola una chiave in più per questa Nazionale

Crescono anche Gallinari e Pajola che iniziano a sporcare palloni. Il primo tempo si chiude però con un errore difensivo banale da parte di Mannion che si dimentica Maodo Lo che, indisturbato, infila il +3 con cui si chiude il primo tempo. Usciti dall’intervallo lungo continua la sinfonia tedesca a suon di triple, si arriva a +8 per i bianchi. La strada torna ad essere in salita per gli azzurri. Meo quindi ordina ai suoi di difendere in maniera più attiva sul perimetro. Mossa giusta che forse si sarebbe dovuta fare prima. I tedeschi iniziano quindi a perdere fiducia, i tiri da tre non entrano più. Wagner e Bonga penetrano ma trovano le mura azzurre innalzate da Gallinari e Melli.

Il carisma del neocapitano della Nazionale, Nicolò Melli

I due lunghi fanno venire il mal di testa a tutti, ma Gallinari riesce a limitare Wagner con una sonora stoppata. La Germania è ancora avanti. Meo opta allora ad inizio quarto quarto per una squadra più aggressiva sui possessi difensivi. La mossa paga, Tonut, Moraschini, Polonara, Gallinari e Mannion riescono a riprendere lo slancio del secondo quarto. Moraschini recupera dei possessi con giocate difensive fondamentali. Mannion e Polonara sembrano però lontani dalla forma migliore, spazio quindi a Pajola e Melli, più utili nella fase difensiva. I cambi sono quelli giusti, il ritmo è diverso. Melli entra finalmente in scena, recuperando possessi e segnando triple di una difficoltà incredibile. Sono le giocate che indirizzano il match. Il capitano ispira anche Tonut che penetra mettendo a dura prova la solidità tedesca. I tedeschi non trovano la forza di reagire. L’Italia si impone nel quarto quarto portandosi a casa il match. I tedeschi perdono, avendo condotto a larghi tratti il match. Questa sconfitta li farà dormire sogni funesti per l’occasione mancata, riportando alla mente la leggenda della “ Dolchstoßlegende“, la famosa pugnalata alla schiena della prima guerra mondiale. L’Italia continua la sua tradizione positiva contro la Germania, piegandola anche nel basket, portando così a casa un importante vittoria per il suo cammino olimpico.  Testa ora all’Australia, partita complicatissima, dove sarà necessario recuperare il miglior Polonara, autore oggi di una partita deludente  nonostante la grande stoppata su Obst. Mentre si attende la prossima gara, i dubbi della vigilia sulle assenze di Datome e Belinelli sembrano essere già spazzati via.

“Amianto”, a che punto siamo?

di Natale Aurelio

L’Italia è stato il primo Paese europeo a bandire l’utilizzo dell’amianto, a tutela della salute pubblica, intervenendo in via normativa con l’emanazione della legge n. 257/92 e le successive disposizioni attuative regionali. A tutt’oggi, però, il problema della rimozione e dello smaltimento dell’amianto e della relativa bonifica delle aree interessate si presenta come una questione ancora aperta e la sua risoluzione, visti i dati forniti da Legambiente, non appare facile, né rapida. A distanza di quasi trent’anni dall’emanazione della legge che ha messo al bando l’amianto, diverse zone del Paese non hanno alcuna idea di quanto materiale killer sia lì a deteriorarsi e a disperdere fibre nell’aria. Secondo i dati più recenti, sul nostro territorio esistono ben 370.000 strutture in cui questo materiale è ancora presente. Dalle tubature dei condomini ai rivestimenti edili di scuole e ospedali, alle onduline disseminate nelle nostre campagne, ma anche nelle nostre città, a fabbriche e caserme dismesse. L’amianto è oggi riconosciuto come agente cancerogeno per l’uomo. Il pericolo è rappresentato dalle sue sottilissime fibre che, inalate, possono provocare irritazioni croniche e cancro. Queste patologie colpiscono i lavoratori che hanno utilizzato l’amianto e chiunque sia stato esposto all’inalazione dello stesso.

In Italia ancora oggi ci sono più di 300mila edifici che contengono amianto

Da un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità si osserva che la mortalità causata dall’amianto, dal 1988 ad oggi, corrisponde a più di quattromila morti l’anno ed il dato è in continua crescita. Il problema amianto, perciò, è ben lontano dall’essere risolto, considerato poi che queste patologie, ad esso riconducibili, possono emergere anche a distanza di molti anni dell’esposizione. Lo Stato è chiamato una volta per tutte all’attuazione di politiche concrete per risolvere la questione. Serve censire, smaltire, bonificare. Si potrebbe, altresì, pensare a sgravi fiscali od incentivi per chi sostituisce le strutture in amianto, ancora esistenti, con altri materiali. Il tempo è scaduto. Da un pezzo. L’impegno della politica, a questo proposito, ha portato a risultati decisamente insufficienti, vista la situazione che emerge. In questo spaccato storico, durante il quale ci si propone di rendere il Paese più civile e moderno, potremmo cogliere l’attimo per occuparci, tra le altre cose, anche di questa criticità. Responsabilità, buon senso, tutela della salute pubblica, possono e devono guidare le azioni della politica e della burocrazia, spesso ‘complici’ indiretti di certi disastri.

Speciale Euro 2020 – Da Bogliasco a Wembley passando per Marassi e Coverciano, un pezzo di Azzurro veste blucerchiato

Trent’anni dopo, i gemelli del gol, tornano a farci innamorare del pallone

di Pasquale Zaccaro

Roberto Mancini, Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Giulio Nuciari. Un pezzo di quella bellissima Sampdoria che nel 1991 fece diventare tutti noi, appassionati di calcio e non, un po’ blucerchiati. Un pezzo di quel capolavoro costruito dal Presidente Paolo Mantovani, al quale il nostro CT ha rivolto una dedica dopo la vittoria finale, è stato anima e cuore di questa impresa.

Mancini, Boskov e Vialli ai tempi della Sampdoria

Un’impresa voluta e cercata con il talento, con la competenza, con la voglia di vincere di un Roberto Mancini che abbiamo visto esplodere di gioia dopo tre anni a testa bassa, a lavorare in maniera minuziosa sui particolari. Dopo aver cambiato verso al modo di giocare ed alla mentalità che avevano segnato il carattere azzurro sino al 2018. E’ ripartito da lì il Mancio, da quel gruppo di collaboratori con cui aveva condiviso diverse vittorie e con cui, di certo, ha percorso e sta percorrendo un lungo tratto di amicizia, anche fuori dal contesto professionale. Un tipo spigoloso Roberto, con un caratterino tosto, convinto del proprio lavoro e con un cuore enorme. Ha preso un pezzo del suo passato sportivo, gli ha chiesto una collaborazione ottenuta probabilmente con entusiasmo, ed ha iniziato a costruire il cambiamento. Un cambiamento che ha portato subito un trofeo nella bacheca azzurra. Nel 1991 una squadra forte ma sulla carta non superiore alle big del campionato riuscì a diventare un gruppo compatto e convinto di poter fare l’impresa. Sotto la guida di Vujadin Boskov quei ragazzi scrissero la storia della Samp, al suo primo Scudetto, e del calcio italiano. Mancini, Vialli, Lombardo, Nuciari ma anche Pagliuca, Mannini, Lanna, Dossena, Pari, Katanec e Cerezo. Calciatori veri che il Presidente-padre Paolo Mantovani non volle mai cedere, sino all’impresa tricolore. Ed aveva ragione. Un gruppo giovane, sicuramente non galattico, che seppe dare un senso al gioco più bello del mondo togliendo la vittoria finale dalle solite piazze. Una squadra, quella, che vinse diversi trofei in Italia ed in Europa arrivando, anche, in finale di Coppa dei Campioni, come si chiamava prima. Purtroppo in quella finale, nel vecchio “Wembley”, ci arrivò anche il Barcellona, di “Rambo” Koeman ma soprattutto di Johan Cruiff, che non diede scampo ad una pur combattiva e meritevole Samp.

Il gol di Ronald Koeman in Finale di Coppa Campioni contro la Sampdoria (stagione 1991-1992)

Un mix di ricordi ed emozioni per chi come il sottoscritto in quegli anni era un ragazzino che viveva il calcio come la passione delle passioni. La fonte da cui ossigenarsi. Il motivo predominante per aspettare l’arrivo della domenica. Senza cadere in insensate e forse anacronistiche nostalgie, qualcosa di quel calcio, oggi, sarebbe affascinante da rivedere. O forse va bene così. Ma quella della nostalgia, si sa, è la storia più classica ed infinita che esista. Perciò basterebbe calmierare alcuni eccessi per non far disinnamorare chi di questo sport ha fatto una passione. Tornando, dunque, allo spirito con cui quella Samp, nel 1991, fece divertire tutti gli appassionati, possiamo fare un parallelo con il presente azzurro.

La Sampdoria dello scudetto e dei record, targata 1990-1991

Proprio con questo spirito il nostro staff ha affrontato questo Europeo. Nessun fuoriclasse, nessun nome roboante (non che ce ne siano a disposizione al momento) ma il gruppo. Un gruppo che come quella Samp meravigliosa ha acquisito consapevolezza partita dopo partita, vittoria dopo vittoria. Non ci davano un euro (anzi, uno scellino!). C’erano la Francia, la Germania, il Belgio, la Spagna, l’Inghilterra. Ed invece abbiamo vinto noi. Come raccontato da Florenzi, la spinta maggiore a questa Nazionale è arrivata da quel Gianluca Vialli che solo fino a poco tempo fa non guardava oltre la giornata che stava affrontando. Quel Gianluca Vialli che ha trovato la forza di trasmettere vicinanza, fiducia, grinta ad un gruppo di “ragazzi normali” che hanno giocato un Europeo senza aspettative di vittoria da parte dell’opinione pubblica che spesso, molto spesso, sbaglia. E’ sceso in campo Vialli, si è allenato con i ragazzi, li ha motivati, ha sostenuto il Mancio fino alla fine.

La Nazionale Italiana scesa in campo all’esordio ad Euro 2020 contro la Turchia

Non solo gli ex doriani, però, erano e sono in questo staff. Mancini si è potuto avvalere della preziosa collaborazione di Gabriele Oriali, Daniele De Rossi, Alberico Evani, Fausto Salsano, Massimo Battara e tutti i collaboratori tecnici e medici che hanno permesso agli azzurri di arrivare in fondo a questa splendida avventura in maniera strepitosa.

L’abbraccio tra il Mancio e Gianluca Vialli, subito dopo la vittoria degli Europei

In quella Samp del ‘91 Mancini faceva gli assist per Vialli, anche quando si trovava davanti alla porta sguarnita. Stavolta gli assist sono arrivati da Gianluca per Roberto, che con la sua eleganza l’ha messa lì, nella bacheca dei trofei azzurri. E lo ha fatto con la naturalezza che soltanto i fuoriclasse hanno. Loro i top player dell’Italia. Loro i campioni di una vittoria sorprendente.

Roberto Mancini e Gianluca Vialli ai tempi della Sampdoria

Chi ha potuto ammirare, invece, i calciatori prima ed i manager poi non può far altro che constatare come il talento sia importante ma soprattutto come sia essenziale fare squadra per completarsi. Senza le reti di Vialli nessuno ricorderebbe gli assist del Mancio. Senza gli assist del Mancio nessuno ricorderebbe le reti di Vialli. A noi tifosi e simpatizzanti di tutte le età non resta che ringraziare questa meravigliosa nazionale. Questo straordinario staff. Adesso tutti al lavoro per affrontare, con la stessa mentalità vincente, le prossime sfide, non solo sportive.

Una sconfitta che fa rumore

Il ritiro americano dall’Afghanistan è solo l’ultimo passo di una parabola disastrosa cominciata, ormai, 20 anni fa e le e cui conseguenze iniziano già a farsi sentire in tutto il loro realismo

di Lorenzo Rezzonico

“Quante vite ancora – quante migliaia di americani, di nostre figlie e nostri figli – siete pronti a rischiare?”. Questa è la lapidaria risposta che il Presidente Americano Joe Biden ha dato ai giornalisti durante una conferenza stampa giovedì, giustificando così la sua decisione di ritirare le rimanenti truppe statunitensi dal territorio afghano entro la data simbolica dell’11 settembre 2021, a 20 anni esatti da quell’avvenimento che, non se ne capisce bene il motivo, avrebbe per molti cambiato il mondo.

La risposta degli Stati Uniti a tale evento fu puramente emozionale, “di pancia”, di fronte ad una situazione dall’ immisurabile dolore umano ed enorme portata simbolica. Ma la razionalità ed il crudo dominio del realismo dettano le regole delle relazioni tra Stati e, di conseguenza, tra esseri umani. Chiaramente, e da una posizione di grande privilegio a 20 anni di distanza, possiamo essere sicuri nel dire che la razionalità nella scelta americana dell’ottobre 2001 era inesistente. Non solo: la preparazione militare e la conoscenza della terra, nella sua accezione più profonda ed umana, lo erano altrettanto. Risultato? Una campagna militare, portata a termine in poche settimane, che si pensava risolutoria e che invece portò all’innesco di insorgenza e guerriglia da parte dei talebani, alla base del fallimento americano e, quindi, del desiderio degli ultimi due presidenti di darsela a gambe. Come successe ai britannici nel 19esimo secolo. Come successe ai sovietici alla fine degli Ottanta del secolo passato. Come succede oggi agli americani. Morale: dall’Afghanistan non si passa, e forse la storia merita ancora di essere studiata con meticolosa attenzione nelle scuole.

Le analogie col caso vietnamita sono legittime, ma la differenza sostanziale sta nell’esito dei due avvenimenti: con la conquista della fu Saigon (oggi Ho Chi Minh City) il Vietnam giunse finalmente a quella tanto agognata riunificazione, obiettivo per il quale milioni di persone diedero la loro vita, costringendo la superpotenza alla prima, vera, umiliante sconfitta militare. Oggi, invece, il regime dei talebani rivendica di aver riportato sotto il proprio controllo l’85% del vastissimo territorio nazionale, ed aldilà della veridicità o meno di tale affermazione (è del 10 luglio la notizia certa della conquista della seconda città dell’Afghanistan, Kandahar), le conseguenze di tale scenario sono facilmente intuibili: caos e destabilizzazione in un Paese dilaniato dalla guerra e che potrebbe fungere da bomba ad orologeria in una regione altrettanto irrequieta.

Biden sta semplicemente facendo ciò che la sua opinione pubblica chiede da anni, ciò che il suo predecessore Donald Trump promise fortemente in campagna elettorale, non riuscendo però a mantenere tale promessa. Chiaramente gli Stati Uniti escono da questa vicenda indeboliti solamente dal punto di vista della loro immagine, in quanto il loro primato mondiale è talmente inscalfibile dal non poter essere minimamente influenzato dagli avvenimenti afghani. Ed è proprio questo il motivo per cui la scelta di invadere il Paese nel 2001 sembra ancora più insensata e motivata da puro sentimento sensazionalistico: il monito, forte e chiaro, è che in politica internazionale, e specialmente nella sua più duratura e naturale piega, la guerra, il posto per sentimenti di pietà e commozione non esiste: l’unico obiettivo deve essere quello di avanzare un proprio interesse nazionale, di avanzare la propria posizione politica e geopolitica nei confronti di altre nazioni, di mantenere (oppure avanzare) il proprio posizionamento nella gerarchia del potere globale. Non a caso, “la calma è la virtù dei forti”, e freddezza ed equilibrio sono le doti di qualsiasi decisore di grande livello. Chissà se a Washington il messaggio sia arrivato a destinazione.

Speciale Euro 2020 – Italia campione d’Europa: il pagellone degli Azzurri

di Iacopo Fiorinelli

Da Donnarumma a Chiellini, da Spinazzola a Chiesa, da Bonucci a Jorginho. Senza dimenticare ovviamente il condottiero di questo gruppo meraviglioso: Roberto Mancini. Diamo i voti alla Nazionale che ha riportato l’Italia sul tetto d’Europa, 53 anni dopo l’ultima volta.

PORTIERI

Gigio Donnarumma neutralizza il rigore di Morata in semifinale contro la Spagna

Donnarumma 10: Gioca un Europeo da fenomeno assoluto, viene eletto MVP del torneo e raggiunge la consacrazione anche a livello internazionale. La parata su De Bruyne nei quarti di finale contro il Belgio è la cartolina del suo Europeo, ma sono le parate ai rigori contro Spagna ed Inghilterra a consegnarlo per sempre alla storia del calcio. É già uno dei più forti, se non il più forte di tutti, nel suo ruolo. A 22 anni.

Sirigu 7: Alle volte per essere decisivi non è necessario mettersi in mostra in campo. Veste i panni di motivatore e uomo spogliatoio. É una figura riconosciuta da tutto il gruppo e il suo contributo è stato sottolineato da tutti i compagni di squadra. Gioca solo qualche minuto contro il Galles, quanto basta per iscrivere il suo nome nei tabellini di questa fantastica impresa azzurra.

Meret s.v.: Convince Mancini nel raduno pre-Europeo, vince il ballottaggio con Cragno e si conquista un posto per la spedizione degli Azzurri. Nonostante una stagione non brillantissima con il Napoli, arricchisce il suo palmarès con un Europeo. Mica male.

DIFENSORI

Giorgio Chiellini e Leonardo Bonucci alzano la coppa sotto il cielo di Wembey

Acerbi 7.5: Veste i panni di vice-Chiellini e quando viene chiamato in causa risponde presente. La sua prestazione contro l’Austria, forse la più ostica di tutto l’Europeo, è stata ottima. Impreziosisce il suo torneo con l’assist a Pessina per il gol del raddoppio contro gli austriaci. Riserva di lusso.

Bastoni 7: Titolare nella gara conclusiva della fase a gironi contro il Galles in quelli che sono stati i suoi unici 90 minuti disputati nella competizione, ha giocato un’ottima partita, mostrando di avere classe e personalità. Questo Europeo lo aiuterà nel suo percorso di crescita. É il futuro pilastro della difesa della Nazionale.

Bonucci 9.5: Gioca un Europeo da autentico leader. In coppia con Chiellini forma una difesa che sfiora la perfezione. Ci trascina nel momento più difficile, com’era già accaduto contro la Germania ad Euro2016. Scrive una pagina di storia del calcio con il suo gol in finale e i due rigori messi a segno contro Spagna e Inghilterra. Parafrasando la sua esultanza, chi lo critica dovrebbe sciacquarsi la bocca prima di parlare.

Chiellini 9.5: Semplicemente monumentale. Ci fa prendere un brutto spavento quando esce per infortunio contro la Svizzera, ma quando il gioco si fa duro il capitano torna al centro della difesa e diventa un muro insuperabile. Neutralizza due campioni come Lukaku e Kane come se fosse un gioco da ragazzi. Entra di diritto nell’olimpo dei più grandi difensori della storia del calcio italiano.

Di Lorenzo 7: Concetrato, coragioso, grintoso. Parte come alternativa a Florenzi e finisce per giocare un Europeo al di sopra delle aspettative, nonostante due prestazioni in chiaroscuro contro Belgio e Inghilterra. In questa Nazionale un posto per lui c’è assolutamente. Giocatore in crescita.

Florenzi s.v.: Il suo Europeo è durato di fatto solo 45 minuti, a causa di un infortunio al polpaccio che lo ha costretto a saltare quattro partite, prima di tornare a disposizione di Mancini per le partite contro Spagna e Inghilterra. Troppo poco per giudicarlo.

Emerson Palmieri 7: Sostituire Spinazzola in questo Europeo era un compito quasi proibitivo. L’esterno sinistro del Chelsea gioca comunque due ottime partite contro Spagna e Inghilterra, dimostrando personalità e forza fisica. Ottimo rincalzo.

Spinazzola 9.5: La nostra arma in più, fin quando è stato in campo. Un treno instancabile, capace di fornire assist in continuazione. Fa letteralmente la differenza con le sue accelerazioni sulla sinistra e le sue batterie inesauribili. L’unica avversario che non è riuscito a dribblare in questo Europeo è la sfortuna, ma è stato senza alcun dubbio il miglior terzino del torneo.

Toloi 7: Forse il ruolo di terzino destro nella difesa a 4 non gli calza a pennello, ma Mancini ha fatto affidamento sulla sua duttilità e sulla sua personalità ottenendo sempre buone risposte dal leader difensivo dell’Atalanta.

CENTROCAMPISTI

Jorginho esulta dopo aver realizzato il rigore decisivo contro la Spagna

Jorginho 9.5: Il “professore” del centrocampo. É stato l’equilibratore della Nazionale di Mancini, senza mai strafare e senza mai ostinarsi nel cercare a tutti i costi la giocata. Non arriva al 10 soltanto per via del rigore fallito in finale che ci ha fatto tremare per qualche secondo in più, ma il suo Europeo è da standing ovation. Chiude la stagione 2020-2021 con in bacheca una Champions League e un Europeo e sogna il pallone d’oro.

Verratti 8: Non si è presentato a questi Europei al 100% della condizione fisica e in alcuni momenti si è visto. La sua esperienza e la sua classe, però, sono state fondamentali nei momenti più delicati ed anche in finale ha dimostrato la sua assoluta qualità. Leader tecnico di questa squadra.

Barella 7: Il suo Europeo è iniziato molto bene, pian piano però il centrocampista nerazzurro ha iniziato a faticare, steccando un po’ proprio nelle partite più importanti. Ad ogni modo il suo gol contro il Belgio pesa come un macigno e il suo dinamismo ha dato una grossa mano agli Azzurri. Tutta esperienza in ottica mondiale.

Locatelli 8: Chiamato a giocare da titolare le prime due gare per via dell’assenza di Verratti, si è tolto la soddisfazione di segnare una doppietta contro la Svizzera e di dimostrare il suo valore. Mancini lo chiama spesso e volentieri in causa nella fase a eliminazione diretta e lui ha il merito di farsi trovare sempre pronto.

Pessina 8: Un’altra sorpresa della cavalcata azzurra. Escluso un po’ inaspettatamente dalla lista dei 26, ci si è ritrovato nuovamente dopo il forfait di Sensi. Due goal per lui, uno dei quali pesantissimo, e partite decisive giocate con la maturità di un veterano. Giocatore in rampa di lancio.

Cristante 7: Gregario apprezzatissimo da Mancini. Pedina utile e silenziosa degli Azzurri. In finale è entrato in campo nel momento più difficile del match e non ha affatto sfigurato, aggiungendo ordine e fisicità alla squadra.

Castrovilli s.v.: Come Sirigu, anche lui gioca solo lo scampolo di partita contro il Galles, sufficiente per permettergli di entrare nella lista degli azzurri scesi in campo in questo Europeo. Subentrato all’infortunato Pellegrini, si è ritrovato a far parte di un gruppo destinato ad entrare nella leggenda.

ATTACCANTI

Federico Chiesa bacia la coppa dopo una grande prestazione in finale contro l’Inghilterra

Belotti 6.5: Non ha trovato il gol (eccezion fatta per il pesantissimo rigore trasformato contro la Spagna), ma quando è stato chiamato in causa ha fatto a sportellate con i difensori avversari, aiutando i compagni a salire. Generoso.

Berardi 7: Lanciato titolare, preferito persino a Chiesa, non ha deluso. Anche quando è stato mandato in campo a partita in corso, ha sempre dato il suo contributo, prendendosi anche la responsabilità di aprire la serie dei rigori in finale.

Bernardeschi 7: Una sola partita da titolare, quella contro il Galles, dove dimostra di essere pimpante e sintonizzato. Riappare nei momenti più caldi della competizione e dimostra grande freddezza dal dischetto, trasformamdo due rigori pesantissimi contro Spagna e Inghilterra. Il torneo del riscatto per lui.

Chiesa 9.5: Gioca un Europeo fantastico. Nella fase a gironi resta in pachina, il Mancio gli preferisce Berardi. Si prende sulle spalle la Nazionale dagli ottavi in poi mostrando un feeling pazzesco con Wembley: i gol contro Austria e Spagna non ci si stanca mai di rivederli. Uno dei migliori anche in finale. L’anno alla Juventus lo ha fatto crescere tantissimo.

Immobile 6: Pronti, via e rifila due gol a Turchia e Svizzera, ma quando l’asticella si alza il bomber della Lazio sparisce letteralmente dal campo. Uomo in meno per gli Azzurri dai quarti di finale in poi. A questa Nazionale serve un altro centravanti o, forse, un altro Immobile.

Insigne 8: Anche lui non è riuscito a mostrare il meglio del suo repertorio, anche se contro Turchia e Belgio è riuscito a sfoggiare il suo marchio di fabbrica: «’o tir aggir». In semifinale e in finale non ha brillato, ma ha comunque dato il suo contributo con generosità e dedizione alla causa.

Raspadori s.v.: Gioca uno scampolo di partita con il Galles, poi soffre per i compagni in panchina o in tribuna. Per lui è già stata un’enorme soddisfazione entrare a far parte dei convocati.

COMMISSARIO TECNICO

Mancini 10 e lode: Alzi la mano chi, tre anni fa, immaginava di poter vivere una notte come quella di Wembley. Mancini ha raccolto i cocci di una squadra devastata dalla mancata qualificazione ai Mondiali e l’ha portata sul tetto d’Europa. E lo ha fatto giocando un calcio bellissimo: coraggioso, dominante, dinamico, verticale. Ha il grandissimo merito di essere riuscito a riaccendere l’entusiasmo di milioni di italiani per la Nazionale. Non si può fare altro che ringraziarlo.

Speciale Euro 2020 – Il diario dell’Europeo degli Azzurri: Mancio, Gigio, Leo, Giorgio, grazie a tutti!

di Simone Gioia

Prima di metter giù qualsiasi tipo di riflessione, mi sono preso ventiquattro ore di pausa: troppo forte l’emozione vissuta domenica sera a Wembley, troppo grande quello che abbiamo fatto e forse non ce ne rendiamo neanche conto fino in fondo. A caldo era complicato trovare le parole giuste, e qualsiasi parola rischiava di essere superflua. Ma ora, a mente fresca, qualcosa bisogna pur dirla, perché questi ragazzi se lo meritano.

Per la seconda volta l’Italia è sul tetto d’Europa

Partiamo dal trofeo, dalla coppa d’Argento, da quello che ci siamo meritati sin dal primo minuto di questo fantastico Europeo. È successo davvero: cinquantatré anni dopo l’Italia è tornata ad essere Campione d’Europa. E lo ha fatto nella maniera più difficile ma anche più affascinante: a Wembley, fuori casa, con uno stadio e con una tifoseria contro, con soli 6mila connazionali a fare il tifo per la nostra Nazionale. Ma nulla è riuscito a sbarrare la strada ai nostri Azzurri. Ce l’abbiamo fatta. Davvero. Non ci credevo ad inizio Europeo, sono sincero. Non ero scettico e negativo come tanti altri, ma dubbioso sì. Con il passare dei giorni, con il passare delle vittorie e dopo le splendide prestazioni che gli Azzurri ci regalavano, però, ho iniziato a crederci. Ho iniziato a pensare che davvero la nostra Nazionale potesse farcela. E così è stato. Né il Belgio di Romelu Lukaku, né la Spagna di Alvaro Morata e né l’Inghilterra di Harry Kane sono stati in grado di fermarci: troppo forte la coralità di un gruppo fantastico, guidato magistralmente da un signor allenatore di nome Roberto Mancini, che tre anni fa ha raccolto le macerie di una Nazionale in frantumi e ne ha tirato fuori un capolavoro.

Grazie, Mancio!

Era il Commissario Tecnico di cui avevamo bisogno, l’allenatore giusto per tornare a scrivere memorabili pagine di calcio (come siamo abituati storicamente a fare). Dall’esterno la missione di Roberto Mancini appariva forse impossibile: vuoi per gli evidenti limiti tecnici della rosa, vuoi per la poca esperienza internazionale della maggior parte della squadra (Juve e singoli sparsi a parte). Ma il C.t. è stato di parola, e non solo ci ha riportati in finale (nove anni dopo quel disastroso 4-0 contro la Spagna del 2012), ma è andato anche oltre, vincendo l’Europeo. Cinquantatré anni dopo l’Italia è di nuovo sul tetto d’Europa. Quindici anni dopo siamo di nuovo Campioni. Otto anni dopo l’Italia è di nuovo tra le prime quattro del Ranking Fifa (non accadeva dal 2013, da quando il Commissario Tecnico era Cesare Prandelli). Faccio fatica ad andare oltre un semplice ma sentito grazie, Roberto. Sei riuscito a riavvicinare sessanta milioni di tifosi alla Nazionale con grande naturalezza. E non era di certo facile farlo, perché la ferita del 13 novembre 2017 brucia ancora. E forse brucerà per sempre. Ma ora è tempo di guardare avanti con moderato ottimismo, perché per la prima volta l’Italia non ha vinto giocando “all’italiana (difesa e contropiede)” – come storicamente abbiamo sempre fatto – ma lo ha fatto dominando sempre il gioco. In tutte le partite. Contro chiunque. E questo è merito tuo, Mancio. Hai dimostrato di essere un tecnico al passo con i tempi, capace di costruire nel migliore dei modi una Nazionale. Anche se la nostra non era una Nazionale, era un club. A tutti gli effetti. E ripartiamo da te (da chi, sennò!) per la spedizione in Qatar (anche se c’è da guadagnarselo il Mondiale, chiaramente), perché sei la nostra guida. Grazie, Mancio. Abbiamo voglia di vivere ancora, assieme a te, Notti Magiche come quella di Wembley.

Roberto Mancini, Commissario Tecnico dell’Italia, ha portato sul tetto d’Europa la nostra Nazionale

Donnarumma, Bonucci e Chiellini: tre giganti a Wembley

Un’altra menzione speciale la meritano questi tre signori: Gianluigi Donnarumma, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini. L’Europeo ha consacrato il numero uno azzurro come il migliore al mondo nel suo ruolo. Con le sue parate decisive e i suoi rigori neutralizzati ci ha fatto sognare, e il premio di miglior giocatore del torneo è soltanto la ciliegina sulla torta di uno splendido Europeo e di una carriera in divenire.

Gianluigi Donnarumma, numero uno Azzurro, eletto miglior giocatore dell’Europeo

La vittoria ai rigori ha, invece, meritatamente consegnato a questi due splendidi difensori, Leo e Giorgio, ciò che mancava più di qualsiasi altra cosa nella loro bacheca trofei: la consacrazione europea. In questo fantastico decennio alla Juve mai erano riusciti a vincere oltre confine. Tanti titoli vinti in Italia in bianconero, nessuno con la maglia azzurra. Nel 2012 hanno soltanto accarezzato il sogno, ora lo hanno finalmente realizzato. A 36 anni uno (Chiellini), e a 34 anni l’altro (Bonucci), hanno dimostrato all’Europa intera, ancora una volta, di essere tra i migliori di sempre nel loro ruolo. Nessuno, in questo campionato europeo, è riuscito a superare una volta la coppia difensiva azzurra. Chiellini si è preso – come sempre fa nei momenti difficili – la Nazionale sulle spalle, non sbagliando praticamente nulla. Mai un errore, mai una gara approcciata male, mai un duello perso contro i suoi avversari (Lukaku e Kane sono tra i migliori attaccanti del mondo eh). Bonucci è andato anche oltre, forse: prendendosi la responsabilità di calciare il rigore più importante contro l’Inghilterra (eravamo sotto 2-1, prima che Leo calciasse). Altrettanto aveva fatto nella semifinale contro la Spagna. L’età avanza per tutti, lo sappiamo bene. E nessuno oggi è in grado di ipotizzare una presenza o meno di Chiellini al Mondiale del Qatar del 2022, quindi andiamo giustamente con i piedi di piombo e godiamoci questo trionfo. Ma diciamo grazie a due monumenti del calcio italiano, perché se lo meritano. Grazie Leo. Grazie Giorgio.

Giorgio Chiellini e Leonardo Bonucci, con la Nazionale hanno vinto il loro primo trofeo europeo

Chiesa e Jorginho, i due fuoriclasse dell’Italia

Come dimenticare Federico Chiesa e Jorginho. Hanno disputato un Europeo a dir poco eccezionale. L’esterno juventino ha impiegato diverse partite prima di conquistarsi il posto da titolare. Ma contro l’Austria è arrivata la svolta: il gol che ha sbloccato un complicatissimo match ai tempi supplementari e ci ha regalato il pass per i Quarti di Finale ha convinto definitivamente Roberto Mancini. Dal Belgio in poi abbiamo fatto di Federico Chiesa un punto di riferimento, un calciatore imprescindibile su cui aggrapparci in qualsiasi momento del nostro Europeo. L’unico fuoriclasse in una Nazionale priva di fenomeni ma con tanto cuore e tanto spirito di sacrifico. Grazie, Federico: il futuro è roseo con te.

Federico Chiesa, due gol all’Europeo e trascinatore degli Azzurri nella fase ad eliminazione diretta

E Jorginho? Il 2021 per lui è e rimarrà unico: Campione d’Europa con il club (il Chelsea) e Campione d’Europa con la Nazionale. Uno storico e forse irripetibile double, che consacra il regista italo-brasiliano nell’olimpo dei grandi centrocampisti europei. Grazie di cuore anche a te, Jorginho: sei stato il cervello della nostra squadra, dal primo all’ultimo minuto di ogni match.

Jorginho, regista e rigorista della Nazionale Italiana. Nel 2021 ha vinto la Champions League e l’Europeo

Un mese di festa, grazie ragazzi

Purtroppo siamo arrivati alla fine del nostro viaggio. Del viaggio azzurro che ci ha fatto compagnia in tutte queste sere per oltre un mese, che ci ha fatto sognare e a tratti anche dimenticare che ci troviamo ancora dentro una pandemia. Sì, perché dopo quasi due anni di sofferenza, la vittoria degli Azzurri rappresenta il primo vero momento post pandemia (anche se non ne siamo usciti) di aggregazione sociale, di gioia, di sorrisi. Finalmente di festa. Ora è tempo di riposare cari Azzurri: per voi, ma anche per noi tifosi della Nazionale e appassionati di calcio, che abbiamo vissuto un mese intenso all’insegna del sogno e della spensieratezza. L’appuntamento, ora, è chiaramente per l’autunno: 6 ottobre (segnatevi questa data), dove a San Siro ci giocheremo l’accesso alla finale della Nations League contro la Spagna (raggiunta, anche questa, con merito e orgoglio). E perché no: magari vincendola pure, perché ora ci abbiamo preso gusto caro Mancio. E non abbiamo voglia di mettere freno alle nostre smisurate ambizioni. Ma ora è tempo di pensare al presente. È tempo di realizzare quanto di grande abbiamo fatto domenica sera a Wembley. È tempo soltanto di festeggiare e di dirvi grazie. Grazie Mancio, grazie Azzurri, grazie Italia. Vi vogliamo bene!

I festeggiamenti della Nazionale Italiana ieri pomeriggio, per le vie della Capitale

Speciale Euro 2020 – Italia-Spagna: i rigori nel destino degli Azzurri, nove anni dopo siamo di nuovo in Finale

di Simone Gioia, Iacopo Fiorinelli e Pasquale Zaccaro

Non lo avrebbe detto nessuno. Non ci avrebbe scommesso nessuno (anzi, forse uno sì: Roberto Mancini), ma l’Italia è in finale, nove anni dopo l’ultima volta (il famoso 4-0 spagnolo). E proprio contro la Spagna, grazie ai nostri due talenti più forti a livello internazionale: Federico Chiesa e Gigio Donnarumma. Il primo, ormai lanciatissimo verso palcoscenici europei di altissimo livello, vero trascinatore degli Azzurri in questo Europeo; il secondo, con la sua personalità e la sua forza tra i pali ci sta facendo sognare di partita in partita, con i suoi interventi sempre decisivi. E poi, tra i due, spunta Jorginho (la bussola della nostra Italia), che non a caso proprio quest’anno ha vinto una Champions League da assoluto protagonista con il Chelsea e ora spera in un storico double.

L’Italia vista ieri contro la Spagna è stata la meno bella, la meno efficace e a tratti anche la meno concreta dell’intero torneo, ma non per demeriti nostri. Luis Enrique ha preparato alla grande la partita, costringendo gli Azzurri a fare una partita a cui non erano abituati (almeno gli Azzurri di Mancini): niente possesso palla e linea difensiva bassa per parecchi minuti (esattamente l’opposto di quello che il Mancio ha messo in campo da tre anni a questa parte). Al gol di Chiesa ci eravamo illusi un po’ tutti che fosse finita (io il primo ma non solo, anche il Mancio a fine partita lo ha ammesso), ma poi Morata ci ha gelati, spezzando per un attimo il sogno finale. I tempi supplementari sono stati una sofferenza inaudita, ma poi sono arrivati i calci di rigore, che storicamente ci hanno regalato dispiaceri (Usa 94′) ma anche grandi gioie (Berlino 2006). E bisogna soltanto inchinarsi davanti alla freddezza e la personalità di Jorginho, che con il suo rigore trasformato ha mandato in delirio 60 milioni di italiani, pronti a sognare in grande domenica prossima a Wembley. Come ha dichiarato Leonardo Bonucci nel post partita “Manca un cm”. Ecco, quel centimetro che tanto basta per separare le gioie dal dolore, le sconfitte dalle vittorie. Ma ora non importa, domenica a Wembley ci andiamo noi. E questo conta più di ogni altra cosa. Grazie ragazzi per quello che ci state facendo vivere, non svegliateci da questo sogno Azzurro chiamato Italia!

Simone Gioia

LE PAGELLE

ITALIA

Donnarumma 7.5

Di Lorenzo 7.5

Bonucci 6.5

Chiellini 6

Emerson Palmieri 6.5

74’ Toloi 5.5

Barella 5.5

85’ Locatelli 5.5

Jorginho 7

Verratti 5.5

74’ Pessina 5.5

Chiesa 8

107’ Bernardeschi 6

Immobile 5.5

62’ Berardi 6.5

Insigne 5.5

85’ Belotti 6.5

All. Mancini 6

SPAGNA

Simon 6

Azpilicueta 6.5

85’ Llorente 6

Garcìa 7

109’ P. Torres 6

Laporte 7

Alba 6.5

Koke 7

70’ Rodri 6.5

Busquets 7

105’ Alcantara 6

Pedri 7.5

Oyarzabal 5.5

70’ Moreno 6

F. Torres 6.5

62’ Morata 7

Olmo 8

All. Enrique 7

Iacopo Fiorinelli

TOP E FLOP

TOP

Donnarumma

L’area di rigore è sua, letteralmente. Sicuro e determinante sulle uscite e sugli interventi tra i pali. Sembra davvero maturo. Incolpevole sull’imbucata che ci costa l’1 a 1, ci manda in finale neutralizzando Morata, dagli 11 metri. Gigantesco.

Chiesa

Continua ad essere il nostro punto di forza. Il giocatore top della selezione di Roberto Mancini. La chiave di volta per risolvere i match degli azzurri. Estro, grinta, talento, forza. Forse meglio di papà Enrico. Esplosivo.

Pedri

Centrocampista di qualità, erede degno dei mostri sacri che lo hanno preceduto e che hanno fatto la storia recente delle Furie Rosse. Giovane ma con personalità da veterano. Predestinato.

 Dani Olmo

Lo trovi ovunque, sul rettangolo verde. Fa letteralmente impazzire la nostra difesa. È un’ossessione, quando la Spagna attacca. Anche assist man sul goal di Morata. Sporca la serata con il rigore tirato in curva. Valore aggiunto.

FLOP

Barella

Contro una Spagna che tiene il pallino del gioco in mano per tutto il match, manca l’apporto del miglior centrocampo azzurro. Il funambolo sardo perde tanti palloni e non incide come sa. Sottotono.

Verratti

Anche lui, come Barella, soffre il dominio iberico. Non riesce ad essere regista. Gira a vuoto. Smarrito.

Unai Simon

Fa il suo sulle poche occasioni avute dagli azzurri. Quando prova ad uscire dai pali, però, è da brivido. Pericolo.

Pasquale Zaccaro

LA FOTOGALLERY

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