Calabria, finalmente l’ora della verità: accordo raggiunto tra il governo e Gino Strada

Dopo giorni di smentite, silenzi e tanta confusione, il governo sembra aver trovato “definitivamente” la quadra sulla questione dell’emergenza sanitaria calabrese.

Il post Facebook di Gino Strada di pochi minuti fa

Difatti, pochissimi minuti fa, tramite un post Facebook, il fondatore di Emergency ha rotto il ghiaccio: “Oggi pomeriggio abbiamo definito un accordo di collaborazione tra Emergency e Protezione civile per contribuire concretamente a rispondere all’emergenza sanitaria in Calabria. Inizieremo domani mattina a lavorare a un progetto da far partire al più presto. Ringrazio il Governo per la stima che ha dimostrato per il lavoro di EMERGENCY e le tante persone che ci hanno dato fiducia, offrendo da subito il loro sostegno“. Dopo Cotticelli, Zuccatelli e Gaudio, la Calabria si appresta a vivere il quarto (e si spera ultimo) atto di una vicenda che era diventata ormai una telenovela.

Il braccio di ferro sul bilancio dell’Unione Europea è un danno per tutti

di Fabio Altieri

Ungheria e Polonia hanno posto il veto sul bilancio europeo, ricattando l’Unione Europea a causa del nuovo meccanismo che legherebbe la ricezione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto.

Di cosa stiamo parlando?

Nei giorni scorsi era stata raggiunta l’intesa tra il Parlamento Europeo e gli Stati membri sul prossimo bilancio europeo a lungo termine (2021-2027) e sul NextGeneration EU. Il commissario Johannes Hahn, responsabile del Bilancio, si era espresso così sull’accordo:

«L’accordo di oggi consentirà di rafforzare i programmi specifici nell’ambito del bilancio a lungo termine per il periodo 2021-2027 (compresi Orizzonte Europa, Erasmus+, EU4Health). Nel complesso, il bilancio a lungo termine dell’UE insieme a NextGenerationEU ammonterà a oltre 1800 miliardi di €. Svolgerà un ruolo essenziale nel sostenere la ripresa e garantire che i beneficiari tradizionali dei fondi dell’UE ricevano mezzi sufficienti per proseguire il loro lavoro in questi tempi molto difficili per tutti».

Johannes Hahn, commissario responsabile del bilancio
Johannes Hahn, commissario responsabile del bilancio

In aggiunta, per la prima volta, l’Unione Europea avrebbe avuto un meccanismo che gli avrebbe consentito di legare la ricezione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto, come era stato preliminarmente convenuto tra il Parlamento Europeo e la presidenza del Consiglio Europeo (organo, quest’ultimo, che raccoglie tutti i capi di Stato e di Governo degli Stati Membri). Tale meccanismo, secondo gli accordi preliminari, si dovrebbe applicare non solo al Bilancio UE a lungo termine, ma anche alle risorse del Recovery Fund, ossia il fondo di ripresa stanziato a causa dell’attuale emergenza, il quale ammonta a 750 miliardi di euro.

Cosa è successo Lunedì 16 Novembre?

Nella giornata di lunedì c’è stata la riunione del COREPER (Comitato dei rappresentanti permanenti responsabile della preparazione dei lavori del Consiglio dell’Unione europea). Sul tavolo della riunione vi era il voto per dare il via libera agli accordi sul bilancio 2021-2027 e avviare la procedura scritta sull’aumento dei massimali delle risorse proprie dell’Unione (aspetto fondamentale per garantire l’emissione dei bond anticrisi del valore di 750 miliardi). Oltre a questo, il COREPER si è espresso anche sulla decisione preliminare raggiunta tra Parlamento Europeo e Consiglio Europeo per l’introduzione del meccanismo per la salvaguardia dello stato di diritto.

Come hanno votato i rappresentanti degli Stati Membri alla riunione del COREPER?

Sui voti espressi dai rappresentanti occorre fare una precisazione: le maggioranze richieste per i due temi sul tavolo del COREPER non erano le stesse, infatti per il via libera agli accordi sul bilancio era richiesta l’unanimità, mentre per il meccanismo sulla condizionalità dell’uso dei fondi europei legata al rispetto dello stato di diritto era sufficiente la maggioranza qualificata. I rappresentanti di Polonia e Ungheria si sono opposti sia al bilancio che al nuovo meccanismo, ma questa decisione non è che un mero ricatto nei confronti degli altri Stati membri. Questi due Paesi infatti non sono di per sé contrari all’approvazione del nuovo bilancio europeo, ma sono contrari al nuovo meccanismo sul rispetto dello stato di diritto. Per questo motivo, non potendo bloccare l’approvazione del nuovo meccanismo (visto che su questo non era richiesta l’unanimità), hanno deciso di bloccare il bilancio europeo non concedendo il proprio assenso e dunque non consentendo il raggiungimento dell’unanimità.

Primo piano del Presidente della Polonia Andrzej Duda, leader del partito conservatore e ultra cattolico Diritto e Giustizia

Perché Polonia e Ungheria non vogliono il meccanismo sul rispetto dello stato di diritto?

Negli ultimi anni Polonia e Ungheria, guidate rispettivamente da Morawiecki e Orban, hanno fatto grandi passi indietro sullo stato di diritto. Se la Polonia viene indicata ancora nel 2020 come stato libero da Freedom House (organizzazione non governativa internazionale che pubblica un rapporto annuale dal titolo Freedom in the world, che misura il grado di libertà civili e diritti politici garantiti in ciascun Paese), lo stesso non possiamo dire dell’Ungheria, considerato un Paese solo parzialmente libero, dato che registra attualmente un punteggio di 27/40 per i diritti politici e di 43/60 per le libertà civili (per fare una comparazione, i punteggi dell’Italia secondo il report del 2020 sono rispettivamente pari a 36/40 e 53/60 – per approfondire: https://freedomhouse.org/report/freedom-world). Tutto questo ovviamente è inaccettabile all’interno dell’Unione Europea, considerando che il rispetto dello stato di diritto e la garanzia di diritti politici e libertà civili sono principi generali dell’ordinamento dell’Unione, come ricorda l’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea:

«L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze».

Immagine di una delle tante recenti proteste dei cittadini polacchi contro il Governo per difenere il diritto all’aborto

Che conseguenze ci saranno?

Alcuni quotidiani, nazionali e non, parlando della riunione di ieri hanno affermato che ora si è aperta una vera e propria crisi europea (che si proverà a far rientrare durante la video riunione di giovedì dei 27). Il problema principale è naturalmente legato al fatto che il veto di Polonia e Ungheria blocca non solo il bilancio europeo ma, come detto, anche la nuova legge che permetterà di emettere titoli comunitari per finanziare così il Recovery Fund. Se la crisi non dovesse rientrare rapidamente quindi ci potrebbero anche essere ritardi sull’erogazione dei fondi per la ripresa economica dopo la crisi causata dalla pandemia. Una cosa è sicuramente certa, ossia il fatto che questo braccio di ferro è dannoso per tutti: è dannoso per Polonia e Ungheria in primis, visto che non possono assolutamente permettersi di non riceve i fondi europei. Pensiamo all’Ungheria, la quale ha ottenuto dal bilancio attuale 2014-2020 circa 30 miliardi di euro dall’Unione Europea, a fronte di un Pil che si aggira intorno ai 160 miliardi. Una enormità, dunque, rispetto al valore del proprio prodotto interno lordo. Questo braccio di ferro è pero dannoso anche per tutti i cittadini europei e questo è sicuramente l’aspetto più rilevante: tutti gli Stati membri hanno grande bisogno dei soldi del Recovery Fund e questo ricatto di Polonia e Ungheria nella situazione emergenziale attuale è assolutamente da irresponsabili. In conclusione, lascio una domanda (senza risposta) al lettore: fino a quando l’Unione Europea permetterà ad alcuni Stati membri di ricattare gli altri paesi, non su elementi di secondo piano o mere scelte politiche, ma sui principi fondanti l’Unione stessa?

Stati Generali M5S, il riassunto della giornata

Nella giornata di ieri si sono conclusi gli “Stati Generali”. Tra i 30 interventi, assenti Grillo e Casaleggio. Nelle prossime settimane è attesa l’elezione del nuovo Capo Politico

di Simone Gioia

La due giorni sul futuro del Movimento 5 Stelle si è conclusa domenica 15 novembre. Il dibattito, trasmesso interamente in streaming, si è aperto nel pomeriggio. A fare da apripista è stato il “reggente” e Capo Politico Vito Crimi, che ha salutato e dato subito la parola al Premier Giuseppe Conte, che è intervenuto direttamente da Chigi.

Il Premier Giuseppe Conte, in collegamento da Palazzo Chigi

Il Presidente del Consiglio ha ringraziato prima di tutto i due fondatori: Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Con il primo, come ha sottolineato lo stesso Conte, non c’è stata mai occasione di conoscersi. Del secondo, invece, Conte ha detto: «Con Grillo ci sentiamo spesso, Beppe rimane la mente più giovane e curiosa del Movimento». Nel suo breve intervento, il Premier ha ricordato le sfide che attendono ancora il Movimento, e ha definito tutto il popolo 5 Stelle “comunità tosta”.

Poi, è stata la volta del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il quale ha rivendicato l’approvazione di tutte le leggi a firma 5 Stelle in Parlamento (dal reddito di cittadinanza fino alla spazza corrotti).

Al termine dei tre interventi “istituzionali”, si è aperto il dibattito pubblico, con gli interventi dei 30 iscritti che sono stati scelti attraverso la votazione online che si è tenuta sulla piattaforma Rousseau. In ordine alfabetico, è toccato al Ministro della Scuola Lucia Azzolina aprire il dibattito, che ha incentrato il suo discorso sulla scuola e sulla figura della donna nella politica e nella società.

Alessandro Di Battista, attivista ed ex parlamentare 5 Stelle

Tra gli interventi più importanti e, soprattutto più attesi, c’erano quelli Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Una vera e propria sfida a distanza che, senza volerlo, li ha posti uno dopo l’altro. “L’eretico Dibba” – come viene definito -, ha ringraziato il Premier per aver ricordato Gianroberto Casaleggio e ha ribadito la volontà di costruire il suo Movimento su un “voto di opinione”. L’ex parlamentare grillino ha ribadito la voglia di tornare in campo: «Non vedo l’ora di rimettermi in gioco per il Movimento, ma abbiamo bisogno di garanzie». Ecco, proprio queste “garanzie”, sono state le sue condizioni poste per rimanere e per essere coinvolto all’interno del Movimento 5 Stelle, riassunte in sette punti: 1) Revoca della concessione di Autostrade ai Benetton; 2) Presa di posizione sul conflitto d’interessi tra gruppi finanziari e media; 3) Contrasto al conflitto d’interesse tra politica e finanza (con l’esempio di Giancarlo Padoan che, da deputato PD, siederà probabilmente sulla poltrone della presidenza di Unicredit); 4) Nessuna deroga alla regola del doppio mandato per parlamentari, eurodeputati e consiglieri regionali; 5) M5S da solo, a prescindere dalla legge elettorale, alle prossime elezioni politiche; 6) Non appoggiare legge elettorale senza preferenze; 7) Istituzione di un comitato di garanzia, senza esponenti di governo, per le nomine dei membri nei CDA delle partecipate di stato e nei ministeri. Inoltre, entro 6 mesi, pubblicare curricula e conseguenti compensi. Dibba, ha definito tutto questo «atto d’amore», rimarcando l’importanza di due principi: «Sono innamorato della trasparenza e della meritocrazia» ha sottolineato. E poi, ciliegina finale sulla torta, una stoccata ai colleghi di governo: «Governare deve essere il mezzo, non il fine per risolvere i problemi».

Luigi Di Maio, Ministro degli Esteri ed ex Capo Politico M5S

Subito dopo, è toccato all’attuale Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che era atteso ad un duello a distanza con Alessandro Di Battista. Ma in realtà, stando alle dichiarazioni ufficiali contenute nei loro rispettivi interventi, i due sono sembrati molto in sintonia, soprattutto su quattro temi: Benetton, trasparenza, limite dei due mandati e alleanze elettorali. In apertura discorso, Di Maio ha ringraziato gli infermieri, tutti i familiari e i malati di Covid, il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio. Ha ricordato l’importanza dell’approvazione del reddito di cittadinanza, del carcere ai grandi evasori e la tutela dei riders. E poi, ha lanciato la sua proposta: «Io voglio un Movimento autonomo, forte e protagonista, che si deve far valere di più nel governo e quindi deve cambiare passo. Non basta solo dire che siamo il terzo polo o la terza via: quella è una posizione, non un’identità. L’identità si costruisce con i temi». Sulla questione Benetton, Di Maio è stato molto chiaro, sposando la linea dura di Di Battista: «O si estromettono i Benetton dall’azionariato o deve essere revoca subito». Anche sul tema della trasparenza, se non propriamente uguale alla proposta Di Battista, l’input è sembrato pressoché lo stesso: «Facciamo subito una legge con un percorso pubblico che preveda candidature pulite e trasparenti. E combattiamo per questo. Lo stesso vale per la sanità e per le nomine dei direttori sanitari». Tra i vari interventi che si sono susseguiti, Luigi Di Maio è stato tra i pochissimi (assieme a Roberto Fico) a parlare di Europa, confermando la sua svolta europeista: «Per rafforzarci, credo che il Movimento debba superare le sue ambiguità in campo internazionale. Entrare in una grande famiglia europea, con i nostri bravissimi eurodeputati che ringrazio». E poi, anche sul terzo e sul quarto punto stessa linea di Di Battista: «Manteniamo il limite dei due mandati, che è sacrosanto e apriamo ad alleanze programmatiche, non strutturali». In conclusione, il suo pensiero è stato rivolto al fondatore e ai portavoce locali: «Vorrei salutare Beppe. Vorrei mandargli un abbraccio, perché sono sicuro che ci starà guardando. E vorrei mandare un saluto a tutti i nostri sindaci, che hanno rappresentato la nostra prima esperienza di governo».

Stefano Buffagni, Viceministro dello Sviluppo Economico

A rafforzare la contrarietà ad un’alleanza strutturale con il Partito Democratico, ci aveva già pensato il Viceministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni, (poco prima degli interventi di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio), rivendicando un concetto da lui espresso più volte: «Sono contento che sia stata confermata dalla base la mia posizione di no ad alleanze con il PD. Questo mi rende lieto, perché noi possiamo fare alleanze e accordi dove serve ma assolutamente non diventare la stampella di nessuno. Chi vuole fare quello, può andare direttamente nel PD. Anche perché noi siamo entrati nei palazzi sfondando il portone con il voto degli italiani. Mentre i nostri alleati di governo, attuali e precedenti, ci volevano tener fuori».

Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati

Tanta attesa c’era anche per il discorso del Presidente della Camera Roberto Fico, da sempre “vicino” agli ambienti del centrosinistra, che però, anche un po’ a sorpresa, non ha parlato di alleanza strutturale (come in tanti si aspettavano): «Deve restare una forza autonoma, con il proprio programma e la propria linea, mai subalterna. Questo, però, non vuol dire essere autosufficienti. Dobbiamo fare rete con altre forze politiche dove c’è possibilità di convergenza. Serve proseguire il confronto con il centrosinistra, con cui siamo al governo e condividiamo un’agenda da portare avanti. Anche a livello amministrativo dove sarà possibile».

Nel corso del dibattito, non sono mancati gli interventi critici, provenienti soprattutto da ambiti locali, come quelli del portavoce del consiglio comunale di Napoli Matteo Brambilla, che ha affermato: «Questi non sono gli Stati Generali, ma gli Stati dei Generali», in totale polemica rispetto al sistema di organizzazione dell’assemblea online, che ha escluso, di fatto, un sacco di iscritti alla discussione.

Vito Crimi, reggente e Capo Politico del Movimento 5 Stelle

Al termine dei 30 interventi, è stato il reggente Vito Crimi a fare il punto della situazione, spiegando cosa accadrà ora: «Nei prossimi giorni, la sintesi di questi lavori sarà sottoposta al voto degli iscritti. E sarà un vero e proprio atto di indirizzo. Subito dopo, occorrerà apportare le modifiche allo statuto nella parte relativa al Capo Politico, per come risulterà da questo voto e dall’indirizzo che sarà dato. Una volta modificato lo statuto, si procederà immediatamente all’elezione della nuova guida politica del Movimento. E sarà quest’ultima che farà tutti gli atti necessari a realizzare tutto il resto».

Bilancio europeo: quali passaggi mancano per la fumata bianca?

Nella giornata di martedì 10 novembre è stato raggiunto un compromesso tra gli Stati membri dell’Ue, ma il percorso che porterà all’approvazione definitiva è ancora pieno di insidie

di Iacopo Fiorinelli

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea (organo che raduna il ministro competente per una data materia di ciascuno Stato membro) hanno annunciato che è stato trovato un compromesso per il bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-2027. Tuttavia, saranno necessari ulteriori negoziati tra gli Stati per capire in quali tempi e in quali termini questo compromesso assumerà forma giuridica. Innanzitutto è importante ricordare che il bilancio dell’Unione europea, tramite cui è possibile far fronte alle spese derivanti dal funzionamento delle istituzioni comunitarie e dall’erogazione dei fondi europei, viene finanziato dagli Stati membri in proporzione al PIL. Il bilancio europeo per il 2021-2027 prevede di stanziare una cifra molto vicina a quella dello scorso bilancio: circa 1.074 miliardi di euro, pari a circa l’1% del PIL complessivo dell’Unione europea. Il Parlamento europeo sperava di poter stanziare una cifra decisamente superiore per permettere all’Ue di avere una maggiore capacità di spesa in ambiti come la salute e la ricerca, ma questo è stato il prezzo da pagare per far sì che anche i Paesi frugali accettassero il Recovery Fund. Si consideri che nelle prime fasi della trattiva il Parlamento europeo aveva chiesto di aumentare le risorse del bilancio europeo di una cifra compresa tra i 40 e i 110 miliardi. Al termine del negoziato, il compromesso è stato trovato sulla cifra di 16 miliardi aggiuntivi rispetto a quella che era la bozza proposta dal Consiglio dell’Unione europea. Va da sé che si è trattato di un negoziato al ribasso per chi auspicava in un ingente aumento delle risorse destinate al bilancio europeo. Inoltre è bene sottolineare che questi 16 miliardi aggiuntivi non saranno immediatamente disponibili: essi deriveranno infatti da eventuali multe che il dipartimento della Concorrenza dell’Unione europea infliggerà nei prossimi anni. Si è dato per scontato, dunque, che la cifra riscossa da queste multe sarà maggiore di 16 miliardi e soprattutto che questa cifra verrà effettivamente riscossa. A tal proposito, però, è sconfortante constatare che negli ultimi 5 anni la Commissione europea ha sanzionato le imprese per concorrenza sleale per un totale di circa 8,2 miliardi di euro, ma la cifra effettivamente riscossa in seguito ai ricorsi giudiziari è decisamente inferiore. Bisogna, poi, verificare che il bilancio europeo venga approvato dal Parlamento e dal Consiglio, dove potrebbe trovare l’ostilità del Primo ministro ungherese Viktor Orbán che ha minacciato di porre il veto sull’intero bilancio qualora non venisse modificato il nuovo meccanismo per il rispetto dello stato di diritto. Quella di Orbán sembra configurarsi, però, come una minaccia priva di fondamento dato che l’Ungheria ha ricevuto dallo scorso bilancio una somma vicina ai 30 miliardi di euro, una cifra monstre se si considera che il PIL annuale ungherese si attesta intorno ai 160 miliardi. Infine, restano da sciogliere i nodi sul Recovery Fund. Il Parlamento europeo chiede di aumentare dal 10 al 20% l’anticipo dei fondi totali da versare entro i primi mesi del 2021 ai governi nazionali, in modo che si possa dare avvio ai vari progetti selezionati. Quando sarà raggiunto un accordo sia sul bilancio europeo che sul Recovery Fund, prima che i fondi possano essere erogati, quest’ultimo dovrà essere approvato anche da tutti i parlamenti nazionali e, soprattutto nei Paesi più conservatori, questo potrebbe rivelarsi un problema.

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