Partito Democratico: il suicidio politico della sinistra italiana 

di Dario Famà

«Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo e i suoi chierici saranno chierici di sinistra». Se non fosse stato ucciso appena due giorni prima, Pier Paolo Pasolini avrebbe pronunciato questa frase nel suo lungo discorso scritto per il Congresso del Partito Radicale. Era il 1975 quando il noto intellettuale scrisse queste righe: a quasi cinquant’anni di distanza questa citazione figura come una delle più grandi profezie mai scritte sullo scenario politico italiano.  
Il Partito Democratico sembrerebbe essere il soggetto politico perfetto su cui puntare il dito: si tratta di un partito avulso, scevro di idee e rinnegatore sostanziale (tranne quando si va alle urne) dei tratti identitari propri della galassia della sinistra. Oggi vi propongo alcune domande che, da libero cittadino e orgoglioso studente di sinistra, mi sono posto e alcune risposte che mi sono dato.  

“Che cos’è il PD?” 
Prendo un semplice numero che penso sia esplicativo: 36%. Non si tratta della quantità di persone che ha votato il Partito Democratico, ma del tasso d’astensionismo in Italia. Mai come in queste elezioni, i cittadini hanno rinunciato a un proprio diritto/dovere costituzionale, perché non si riconoscono in nessun partito politico. Come mai gli astenuti non sono corsi a votare il PD? La compagine guidata da Enrico Letta non ha radicamento sul territorio, non rappresenta più le istanze dei lavoratori e sbaglia moltissime battaglie per cui combattere: in poche parole ha perso completamente il contatto con la realtà. In realtà non si è mai trattato di un gruppo politico rappresentante i disoccupati, i poveri, gli emarginati, le famiglie che non arrivano a fine mese. Il Partito Democratico si è affermato come partito pro-establishment, ossia un partito conservatore dell’attuale status quo: parliamo di un gruppo politico rappresentante la medio-alta borghesia italiana, che esprime posizioni liberali e liberiste e che ha da sempre spinto per la privatizzazione dei servizi (alcuni di questi considerati essenziali come nel caso della sanità). Insomma, la compagine lettiana somiglia molto di più a una destra moderata piuttosto che a una sinistra realmente progressista. Negli ultimi anni, il PD ha governato senza passare per le tornate elettorali e non ha risolto molti dei problemi che sistematicamente denuncia al sistema mediatico: il delirante quanto anacronistico “pericolo fascismo”, la perennemente pessima legge elettorale, il terribile duo corruzione-evasione fiscale ed infine il malcostume politico.  

“Chi vota il PD e perché lo fa?” 
Per rispondere a questo quesito, non serve scomodare un intellettuale dalla caratura di Pasolini, ma bisogna tornare indietro di qualche decennio. Il Partito Democratico nasce dall’unione di più liste, soprattutto dai Democratici di Sinistra, a loro volta provenienti dal Partito Comunista italiano. Nonostante ciò, il PD non ha ereditato alcuna caratteristica propria dei comunisti italiani, anzi si può individuare più come il figlio illegittimo del PCI. Al contrario dei dirigenti, gli elettori del partito di Letta sono realmente coscienti dell’eredità rossa di cui si fanno portatori e votano il partito con la speranza che questo prima o poi si svegli e torni ad occuparsi delle fasce più deboli della società. Alcuni degli esponenti del Partito Democratico ammettono, infatti, che i loro elettori spesso votano con rassegnazione, frustrazione, insomma con l’iconica espressione “turandosi il naso”: l’immobilismo e la mancanza di un vero ricambio ideologico hanno paralizzato sia i dirigenti che gli elettori. Dunque, perché cambiare identità se hai già il tuo pacchetto di voti assicurato? 

“Come si comporterà il PD in questa legislatura?”
Ad oggi la compagine lettiana sembra aver preso una posizione netta quanto fondamentalmente sterile per le sorti del giovane esecutivo Meloni: “Siamo il primo partito d’opposizione, faremo un’opposizione dura al nascente governo di destra. Oggi è una serata triste per l’Italia”. Così s’era pronunciata l’onorevole Debora Serracchiani nella conferenza stampa post elezioni, mentre il leader Enrico Letta interviene solo il giorno dopo la débâcle elettorale per dare la colpa al Movimento 5 Stelle e per rassegnare le dimissioni da segretario del partito. Da queste dichiarazioni si possono trarre due atteggiamenti che il partito non ha mai abbandonato: l’autolegittimante autoreferenzialità attraverso cui i dirigenti del PD consolidano la propria posizione all’interno del partito e la mancanza di autocritica, elemento fondamentale quanto necessario per costruire un dibattito pubblico serio e costruttivo. La vaghezza e vacuità delle posizioni prese al termine del voto vanno di pari passo con quella che è stata la storia del Partito Democratico: si va dalla paura di pronunciare il nome dell’allora premier Silvio Berlusconi in Parlamento all’autoconvincimento dell’ex segretario Walter Veltroni che “il governo Berlusconi cadde grazie alla loro opposizione”, quando, nel 2011, l’Italia rischiava il default economico. 

Dunque, cosa possiamo aspettarci dall’opposizione del Partito Democratico? Sinceramente penso che la battaglia principale del partito si combatterà più sul piano formale piuttosto che su quello sostanziale. L’intervento dell’onnipresente vicepresidente Serracchiani sul neonato governo Meloni è l’esempio che avvalora sempre di più quest’ipotesi: “l’idea che questo tetto di cristallo che si è rotto non si richiuda con una politica, che vuole le donne un passo indietro agli uomini e dedite solo alla famiglia e ai figli”. Poco importa che il nuovo Presidente del Consiglio sia una donna (la prima volta nella storia della Repubblica Italiana). In tempi record, il PD sembrerebbe essersi deciso sulla data del nuovo segretario: se ne riparlerà ad inizio anno prossimo. D’altronde si sa: la squadra che perde non si cambia.  

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