Draghi ha mantenuto la sua parola, ma la partita non è ancora finita. E occhio ai calci di rigore…

Il Premier ieri sera è salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni, ma Mattarella le ha respinte: mercoledì prossimo alle Camere diventa decisiva

di Simone Gioia

Lo aveva preannunciato in conferenza stampa due giorni fa, ha mantenuto la parola ieri sera: Mario Draghi, dopo l’uscita dall’Aula del Movimento 5 Stelle in merito al voto di fiducia sul decreto Aiuti, in serata è salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Il Capo dello Stato le ha però rigettate, rimandando il premier alle Camere mercoledì prossimo, dove si preannuncia una giornata cruciale per il presente ma anche per il futuro della politica italiana, perché se da una parte le dure parole utilizzate da Draghi nel suo comunicato non lasciano spazio ad interpretazioni, dall’altra parte c’è un Presidente della Repubblica che non vuole rinunciare per nessuna ragione al mondo all’ex Presidente della BCE. La partita, dunque, è apertissima. E ogni scenario è possibile.

Ma davvero Giuseppe Conte, strappando con Mario Draghi, voleva arrivare a tal punto? O forse la situazione gli è sfuggita di mano? Ruota tutto attorno a questo interrogativo, perché se la strategia del Presidente del Movimento 5 Stelle era quella di alzare i toni nella speranza di arrivare alla rottura la mission è stata compiuta, ma se invece l’obiettivo era alzare i toni per cercare più aperture possibili da parte del Premier sui famosi 9 punti programmatici, beh le cose sono andate decisamente in maniera diversa. Sta di fatto che, aldilà di quella che sarà la decisione finale di Draghi, Giuseppe Conte ne esce comunque con le ossa rotta, perché ormai ha assunto una posizione tale in cui tornare indietro non è più possibile. Davvero mercoledì prossimo, quando il premier si presenterà alle Camere, Giuseppi e i gruppi del Movimento saranno pronti ad accordare la fiducia all’esecutivo come se nulla fosse successo? E viceversa, se dovessero mantenere la linea dura, decidendo di andare contro Draghi, si scaverebbero la fossa da soli, poiché verrebbero additati da tutta l’opinione pubblica come la causa della caduta non di un governo qualsiasi (è il sale della democrazia, ci mancherebbe) ma del governo di salvezza nazionale, che porta il nome di Mario Draghi ma che il regista porta il nome di Sergio Mattarella. Insomma, togliere le castagne dal fuoco per Giuseppe Conte sarà impresa ardua. Ma la partita è lunga da qui a mercoledì prossimo. E non è finita, perché come dice Giorgetti: “Ci sono ancora i tempi supplementari”. E si sa, le partite possono finire anche ai calci di rigore…

Pubblicato da Simone Gioia

Simone Gioia

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