L’insediamento e il giuramento del Presidente della Repubblica Italiana: il più sacro rito laico della nostra Nazione

di Amerigo Simone

DILIGITE IVSTITIAM QVI IVDICATIS TERRAM: “amate la Giustizia, voi che giudicate la terra”. L’incipit del libro biblico della Sapienza, attribuito a Salomone, è inciso su Maria Antonia Innocenza, una delle tre campane di Montecitorio, ex sede dei Tribunali pontifici, che rintoccano festose ogni sette anni, salutando l’arrivo a palazzo del neoeletto Presidente della Repubblica e il suo giuramento davanti al Parlamento riunito in seduta comune. Gli atti che un Presidente della Repubblica deve compiere nel giorno in cui dà ufficialmente inizio al suo mandato sono codificati in un rituale laico antichissimo che affonda le sue radici nelle cerimonie reali dell’incoronazione. È un rito che ancora mantiene inalterati alcuni aspetti sacri, come “sacra” è la figura del Presidente, l’unica figura monocratica della nostra Costituzione, che gli attribuisce funzioni del tutto particolari, chiamato a partecipare dei tre poteri dell’Ordinamento dello Stato – legislativo, esecutivo e giudiziario – restando però sempre al di sopra di ciascuno di essi. Egli, proprio come nei più vetusti cerimoniali cavallereschi, è il “Capo dello Stato”, il rappresentante davanti agli occhi del mondo della nostra Nazione, del suo genio, delle sue qualità precipue che la fanno unica nel più ampio panorama dei popoli. È il “Garante” della Costituzione, l’arbitro che dirige l’infinita partita politica con assoluta neutralità, badando al bene di tutte le forze in campo. Il Presidente è il capo delle Forze Armate e del Consiglio Superiore della Magistratura, in forza del quale esercita un potere che in passato era tipico delle figure mistico-religiose, appannaggio dei Monarchi investiti direttamente da Dio: quello di concedere la grazia ai condannati. A lui, che deve incarnare saggezza ed equità e possedere un ineccepibile profilo morale, compete l’ultimo e definitivo discernimento prima che una nuova legge entri in vigore con l’apposizione della sua firma. A lui spetta sciogliere le Camere al termine della legislatura o quando ritiene che in esse non ci sia più un’adeguata maggioranza che rispecchi la volontà dei cittadini e indire nuove elezioni politiche. Egli, che in un certo qual modo deve governare e giudicare la Nazione affidatagli, è tenuto, proprio come gli ricordano i rintocchi delle campane di Montecitorio il giorno del suo giuramento, ad amare -cioè a desiderare con tutto se stesso- ciò che è bene, buono e vero per il suo popolo.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, assieme al Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati e il Presidente della Camera Roberto Fico

Una sana emozione dovrà necessariamente albergargli nel cuore, mentre si appresta a giurare –un altro verbo tipico delle cerimonie religiose- sulla Costituzione, testo laico e sacro della nostra Nazione, impegnandosi ad essere fedele alla Repubblica che, come una sposa, madre di una moltitudine di figli, gli Italiani, desidera impegnarsi con il neo Presidente in un patto di reciproca stima e protezione. Ventuno colpi di cannone sparati a salve, tanti quanto è il risultato della moltiplicazione tra il tre e il sette, altri due numeri cari alla simbologia sacra, salutano l’avvenuto giuramento del Presidente dal colle del Gianicolo. Prima di raggiungere il Quirinale, il più romano dei Sette Colli dell’Urbe, il Presidente compie un ultimo atto carico di significato: l’omaggio al Milite Ignoto, presso l’Altare della Patria, come segno di gratitudine per i sacrifici degli Italiani per la loro Nazione.

Il Presidente Sergio Mattarella in occasione del discorso di Fine Anno

È facile osservare come tutto il cerimoniale – che si ripeterà nella giornata di oggi – che accompagna l’insediamento del nuovo Presidente della Repubblica ha molto in comune con i riti sacri di insediamento di figure religiose. Era consuetudine, in passato, che i Capi di Stato, generalmente i Re e gli Imperatori, prendessero a prestito riti e usanze tipici delle cerimonie religiose per “sacralizzare” e spesso legittimare la propria figura, investendola di un’aura divina. Nonostante i tempi siano radicalmente mutati, la necessità di riti laici “sacri”, si mantiene inalterata anche nelle moderne democrazie che grazie a questi gesti, dal profondo significato simbolico, rinnovano con orgoglio i principi che regolano la propria esistenza e ritrovano la loro originale e ineguagliabile identità agli occhi del mondo.

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