Amministrative: Enrico Letta esulta e fa bene, ma alle Politiche sarà tutta un’altra storia

Il Segretario PD è convinto di poter mettere su una larga coalizione, che vada da Conte a Calenda, ma la mission appare ai limite dell’impossibile

di Simone Gioia

Dopo quasi due anni vissuti dentro un’enorme bolla chiamata Pandemia, tra il 3 e il 4 di ottobre e lunedì scorso siamo tornati a respirare finalmente aria di Politica, aria di elezioni. I risultati finali delle sfide amministrative hanno ampiamente pronosticato quello che ci si poteva aspettare, ovvero una larga vittoria del centrosinistra nelle maggiori città (certo, perdere così a Torino e Roma sa di disfatta per il centrodestra). E, com’è giusto che sia, il Segretario del Partito Democratico si è intestato la vittoria (risultato che gli va riconosciuto), senza considerare il fatto che già si vociferava di possibili dimissioni di Letta in caso di pesante sconfitta (ammazza!).

Giorgia Meloni, Enrico Michetti e Matteo Salvini durante la campagna elettorale delle amministrative (Roma)

Un risultato netto – il primo della sua segreteria, tra l’altro – che non lascia spazio ad interpretazioni: i candidati messi in campo da Meloni e Salvini (Michetti da Fratelli d’Italia e Damilano-Bernardo dalla Lega) si sono rivelati inconsistenti e inadeguati, oltre che sconosciuti ai più (aspetto di non poco conto per le competizioni comunali). Ma al di là delle scelte del centrosinistra rivelatesi vincenti, Enrico Letta ha alzato l’asticella, parlando di “risultato nazionale”. Per carità, quando si vince una competizione elettorale locale si tende sempre a paragonarla ad un’elezione politica per convenienza, ma la storia ci ricorda che così non è: lo sa bene Achille Occhetto, che da leader della coalizione fece “cappotto” ai ballottaggi amministrativi del novembre 1993, per poi cedere clamorosamente ad un signore sconosciuto alla politica italiana (si chiamava Silvio Berlusconi) soltanto qualche mese dopo. La lezione di Occhetto, quindi, dovrebbe far riflettere (e non poco) Enrico Letta. Anche perché il centrodestra è da anni che attende il 2023 (se non ci saranno elezioni anticipate prima) per poter tornare a Palazzo Chigi (manca dal lontanissimo novembre 2011). È vero anche che il problema interno al centrodestra riguardo la leadership è un problema serio, che non sono ancora riusciti a snocciolare e soprattutto risolvere: con un Berlusconi ormai fuori gioco, restano Salvini e Meloni a contendersi l’ambito scettro del federatore. Ma a differenza di quando Berlusconi mise in campo il suo centrodestra nel 1994, dove l’unico vero leader carismatico era lui (di certo non Bossi e Fini), questa volta in ballo per la poltrona di leader sono in due (e nessuno vuole giustamente mollarla all’altro).

Enrico Letta, Segretario del Partito Democratico dal 14 marzo 2021

Ma così a destra, anche a sinistra (se non di più) il problema della leadership è serio. E la coalizione che ha intenzione di proporre Letta (da Conte a Calenda, passando per Renzi e Bersani) non appare di certo una sfida facile da portare a compimento. Tutt’altro: una vera e propria mission impossible. Come possono coesistere Matteo Renzi e Giuseppe Conte nella stessa coalizione? Come possono stare assieme Carlo Calenda e il Movimento 5 Stelle? E ancora: come può Enrico Letta tenere assieme tutti questi leader (diversissimi tra loro)? Il numero uno di Azione si è già smarcato da ogni tipo di discorso, affermando proprio ieri che «occorre rompere le alleanze con le forze anti sistema» (un chiaro messaggio rivolto al Movimento 5 Stelle).

L’Ulivo ai tempi del 1996, quando sconfisse per la prima volta la coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi

Insomma, nonostante tutto, Letta è convinto comunque di potercela fare, anche se Calenda non ne vuole proprio sapere (e Renzi non ha ancora parlato!). È vero anche che se si dovesse votare nel 2023 ci sarebbe ancora tempo per poter lavorare ai fianchi dei vari schieramenti politici, ma quando ti trovi davanti leader con personalità forti e idee così diverse tra di loro come credi possano cambiare le cose soltanto con il tempo? Il Segretario Dem vuole provarci fino in fondo, ed è giusto oltre che legittimo: è la mission che si è dato alla sua segreteria, provare a ripetere quello che Romano Prodi riuscì a fare nel 1996 e nel 2006 con il suo Ulivo. Ma Letta non è Prodi e Renzi non è D’Alema. Ce la farà? Chi vivrà vedrà, ma nel frattempo: tanti auguri caro Letta, perché ne ha davvero bisogno.

Pubblicato da Simone Gioia

Simone Gioia

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